|
Tra
i settori di specializzazione dell'economia modenese, il polo industriale
del biomedicale rappresenta un comparto di eccellenza, con caratteristiche
uniche nel panorama dei distretti italiani. Concentrate in 8 comuni
dell'area di Mirandola, le imprese del comparto si caratterizzano
per un tipo di produzione a forte contenuto innovativo rispetto
ai tradizionali settori del "made in Italy". E' da notare,
infatti, che il polo biomedicale modenese è superato nel
mondo, per importanza, solo da quelli di Minneapolis e Los Angeles.
La nascita del biomedicale a Modena si può far risalire alla
prima metà degli anni '60, quando il farmacista Mario Veronesi
ed il suo amico commercialista Carlo Gasparini si rivolsero ad una
piccola impresa meccanica della zona per la fornitura di deflussori,
connettori ed altri particolari linee per fleboclisi monouso, allo
scopo di sostituire i vecchi tubi in gomma riutilizzabili, i quali
presentavano l'inconveniente di dover essere sterilizzati prima
dell'uso.
Il risultato di questa collaborazione fu l'introduzione e la successiva
diffusione in Italia del monouso sterile in campo ospedaliero. La
collaborazione tra la prima azienda biomedicale modenese (la Miraset)
e quella meccanica non si esaurì comunque nella realizzazione
delle linee per fleboclisi. Sempre nella prima metà degli
anni '60, grazie anche all'aiuto di alcuni clinici di Padova, venne
realizzato a Mirandola il primo rene artificiale italiano. La produzione
su scala industriale del nuovo prodotto fu organizzata attraverso
la costituzione di una nuova impresa, la Dasco, da cui seguì
lo sviluppo dell'intero sistema biomedicale della provincia.
Oggi, la produzione risulta strutturata prevalentemente intorno
ad
una decina di imprese leader di medio/grandi dimensioni, le quali,
in seguito a processi di acquisizione e fusione, risultano collegate
a multinazionali o a grandi gruppi italiani, caratteristica che
ne accresce le opportunità tecnologiche e finanziarie.
Comunque, non mancano realtà industriali che nel corso del
tempo sono riuscite a crescere e consolidarsi attraverso joint-venture
con grandi partners, evitando al contempo la cessione. Accanto a
queste imprese, il settore registra anche diverse piccole aziende
che costruiscono prodotti altamente sofisticati su commessa o con
il marchio di grandi gruppi, le quali, diversamente dalle prime,
ricorrono in misura più accentuata al decentramento produttivo.
In sintesi, le imprese "capo-fila", che producono direttamente
per il mercato finale, sono circa una trentina; a queste vanno aggiunte
una cinquantina di piccole aziende artigiane che lavorano prevalentemente
su commessa, ossia tagliano, stampano ed assemblano principalmente
dispositivi plastici.
I prodotti realizzati da questo complesso sistema produttivo sono
riconducibili, in prevalenza, agli apparecchi ed accessori per la
cardiochirurgia, all'emodialisi ed al trattamento di altre patologie
mediche, oltre che ai dispositivi "usa e getta" in materiale
plastico, principalmente per dialisi, ma anche per altri usi medici.
Complessivamente, all'interno del distretto biomedicale si contano
circa 100 imprese, con una occupazione totale che raggiunge i 4.200
addetti.
Il volume d'affari è superiore a 719 milioni di Euro, mentre
la quota dell'export si aggira intorno al 50% del fatturato totale.
Le principali aree di destinazione dell'export sono rappresentate
dai paesi dell'Unione Europea e del Nord America, con quote sul
totale pari rispettivamente al 56% ed al 17,4%.
|